I femminicidi non cessano di destare unanime sgomento e scalpore nell’opinione pubblica ma, tra tutti, l’omicidio di Sara Campanella a Messina è particolarmente sconfortante.
Lo è, perchè si tratta probabilmente del primo assassinio di una donna che non aveva alcun tipo di relazione con il suo aggressore.
Sara era una sua semplice collega, e per un intero anno aveva respinto le insistenti avances del ragazzo, che la pedinava e stalkerizzava, per convincerla a stare con lui.
All’ennesimo, netto rifiuto della ragazza di avere con lui qualunque tipo di coinvolgimento emotivo, lui le ha tagliato la gola, verosimilmente con un coltello, o con un bisturi.
Molti di noi, me compresa, hanno ascoltato gli ultimi dialoghi tra la vittima e il suo carnefice, postati sui social. Sara è gentile, non usa parole dure, non lo offende, non lo ridicolizza, non lo provoca in alcun modo. Cerca di essere chiara e diretta una volta per tutte, gli chiede di non seguirla più, che tra loro non c’è mai stato nulla, nè mai potrebbe esserci, perchè è fidanzata.
Forse quest’ultima affermazione è una bugia, in quanto sul suo profilo ha scritto: “Mi amo troppo per stare con chiunque”. O forse no.
Ad ogni modo, le sue parole sono inequivocabili.
Il ragazzo, dal canto suo, ha già deciso di ucciderla: in quello o in un altro momento, e chissà da quanto tempo.
Ha infatti con sè l’arma criminale. Sa già dove deve colpirla per ucciderla: le recide la giugulare.
Non ci sono dubbi: la colpisce per ucciderla, non per ferirla, o farle paura. Vuole toglierle la vita. e purtroppo ci riesce.
E vuole che si sappia che è stato proprio lui: la accoltella in pieno giorno, alla fermata del bus, in presenza di altra gente.
Sa bene che diventerà il macabro protagonista di un evento mediatico, di cui si parlerà per un bel po’.
Si sente forse anche una specie di eroe giustiziere, che colpisce chi si macchia del crimine di rifiutarlo.
Le mie sono solo ipotesi: ci penserà la magistratura ad appurare la verità.
Ma Sara era una ragazza con le idee chiare: sapeva a chi affidare il proprio cuore e a chi no. Quindi non era “strutturalmente” una vittima.
Significa che questa tragedia può avvenire a chiunque? Potenzialmente sì, a meno di non sottovalutare i segnali di pericolo.
Sara ha commesso una semplice ingenuità, che le è stata fatale: ha creduto di poter risolvere il problema da sola.
Molte donne scambiano le attenzioni moleste e la persecuzione come segni di sentimenti forti: Sara no. Sara sapeva che l’insistenza del suo carnefice non era segno di sanità mentale: infatti lo chiamava “il malato”, quando parlava di lui con le sue amiche. Però un malato non è gestibile secondo le regole della sanità mentale, obbedisce ad altre regole.
E se è stato un bambino al quale è stato concesso tutto, a cui non è stato insegnato il rispetto dei confini, propri e altrui, allora è probabile che sia naturale per lui punire, più o meno violentemente, coloro che non lo accontentano, che non soddisfano i suoi capricci nell’attimo esatto in cui li formula.
C’è un narcisismo patologico che nasce da un’infanzia violata e c’è un narcisismo patologico che nasce da un’infanzia onnipotente.
In entrambi i casi, può derivarne una personalità priva di empatia e desiderosa di vendetta, colma di un profondo sentimento di inadeguatezza e, al contempo, da una patologica percezione di grandiosità, a compensazione del suo sentirsi una nullità.
Per questo motivo, se ci si trova in presenza di un potenziale narcisista patologico, che si comporta in modo non ‘normale’, bisogna chiedere aiuto: alle autorità, alla famiglia, ai centri di ascolto.
E chiedere aiuto fino a quando la propria richiesta non venga presa in carico da chi può fare qualcosa.
Chiediamo aiuto, chiedete aiuto, vi prego.
Lo meritiamo tutti.
Se chiediamo, riceveremo aiuto.
Se chiediamo, forse potremo salvarci la vita.
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