In questi giorni circola un video su Instagram, in cui una banda di adolescenti si accanisce contro una ragazzina di circa 14-15 anni.
Il capo della banda è una ragazza, che rivolge all’altra delle accuse generiche (“Tu mi hai sparlato”, “tu mi conosci”), per poter giustificare la violenza che da lì a poco le faranno, lei e altre ragazze. Nella banda ci sono anche dei ragazzi, che però si limitano a guardare e forse anche a filmare. La ragazzina viene schiaffeggiata, tirata per i capelli e sbattuta a terra più volte, l’ultima delle quali perdendo un grande ciuffo di capelli, che resta in mano alla sua aguzzina, la quale se la ride e commenta che le servirà per farle una macumba.
La scena è agghiacciante e chi l’ha divulgata chiede che si condivida il più possibile, per far punire le colpevoli in modo esemplare.
Nel vederla, sono rimasta molto turbata e addolorata. Non riuscirò mai ad abituarmi alla violenza, da chiunque provenga, soprattutto alla violenza gratuita e all’ingiustizia che ne consegue.
Ma quello che mi ha turbato maggiormente è stato l’atteggiamento totalmente passivo della vittima. La piccola non tenta di difendersi, non colpisce a sua volta, non tenta la fuga, non chiede aiuto.
Si limita a rimanere ferma a farsi fare del male, senza neanche un lamento o una lacrima. Eppure avrà sentito dolore fisico mentre la prendevano a schiaffi, la sbattevano a terra e le strappavano i capelli.
Però non reagisce. E’ come se non esistesse, come se non fosse là. Eppure è là e qualcuno senza motivo le sta facendo del male.
La vittima è difficile da capire o giustificare.
Fa quasi innervosire.
“Perchè non colpisci a tua volta? Forse puoi rischiare di prenderle, ma già ti stanno massacrando!”, verrebbe da dirle.
La stessa cosa accade a chi persiste in relazioni affettive, dove il partner o la partner colpiscono senza motivo, con parole e azioni.
Perchè non se ne va? Perchè resta a subire, talvolta fino alle estreme conseguenze?
E’ fondamentale rendersi conto che la vittima è vittima non perchè là fuori ci sia un carnefice, ma perchè è incapace di difendersi, di difendere la propria integrità e i propri confini.
Da qualche parte, nella testa, una voce insistente dice che se lo merita, che è colpa sua, che deve vergognarsi di essere chi è, che non può fare niente, eccetto che subire. Altrimenti potrebbe capitarle di peggio.
Ma cosa c’è di peggio che essere derisi ed esclusi senza motivo, che essere annientati, che vedere la propria dignità calpestata impunemente da altre persone?
La vittima è vittima PRIMA che arrivi un carnefice, perchè la sua famiglia e il suo vissuto l’hanno relegata a quel ruolo, che la maggior parte delle volte neanche si rende conto di ricoprire.
E la sua vita si trascina a fatica, tra dolore e terrore.
Fino a che talvolta una malattia incurabile, o un gesto estremo, pongono fine allo strazio.
Comprendere di essere vittima di un clichè falso e posticcio che qualcun altro ti ha affibbiato è il primo passo per cambiare.
Capire che, se lo vuoi, puoi trasformare la tua realtà può offrire lo slancio per difendersi, può incoraggiare a respingere con fermezza qualunque atto di violenza, da chiunque provenga e qualunque costo.
Può offrire una chance di salvezza, un’alternativa valida all’assurda credenza di meritare di soffrire e forse anche di morire.