Qualche giorno fa ho discusso con alcuni insegnanti ed educatori sulle sigle, gli acronimi e i neologismi indicanti le scelte sessuali.
I miei amici erano tutti sostanzialmente d’accordo sul fatto che queste categorie (non binari, LGBTQUIA+, cisgender, ecc.) siano utili, perchè chi fa parte della minoranza che ha gusti sessuali peculiari possa sentirsi parte di un gruppo e accolto nella propria diversità.
Io ero l’unica a essere in disaccordo, per il semplice fatto che i ragazzini purtroppo continuano a suicidarsi.
Da storico, devo quindi dedurre che gli acronimi e le sigle in alcuni casi possano acuire la solitudine dei giovani, che si sentono ingabbiati in categorie, ma non si sentono compresi e amati per ciò che sono.
Se fossero al sicuro dentro una classificazione non si sentirebbero così disperati, non sceglierebbero di porre fine alla propria vita come unica via di scampo.
E’ un tema molto importante per me, che ho sempre guardato con apprensione alla solitudine dei giovani adolescenti, un tema che mi impensierisce particolarmente in questo tempo, in cui il disagio giovanile (che talvolta comincia già alla scuola primaria) è spesso guardato con sufficienza o indifferenza, proprio da quegli adulti che avrebbero il compito di aiutare i giovani a sollevarsi dal disagio.
Ovviamente non voglio generalizzare: conosco educatori attenti e sensibili, che si impegnano ad accogliere gli studenti più fragili con il garbo che necessitano.
Le cronache tuttavia raccontano anche brutte storie, su insegnanti che filmano gli abusi dei bulli, o che ridono alle lacrime dei ragazzi.
Questo mi fa pensare che il linguaggio sia diventato oggi un alibi, per giustificare quella sorta di inazione narcisistica, di chi reagisce con l’inerzia a qualcosa che pensa sia più grande di lui o, peggio, che in fondo non lo riguardi affatto.
Questo atteggiamento sempre più generalizzato da parte di alcuni adulti è pericoloso e dannoso.
L’educazione emotiva o sessuale non può essere insegnata nelle scuole, come si è recentemente proposto, partendo da un linguaggio definitorio e concettuale.
Le emozioni le può spiegare (forse) chi è in grado di provarle e manifestarle con coraggio, connessione e credibilità.
I ragazzi non sanno che farsene dei concetti.
I ragazzi vogliono risposte al loro dolore esistenziale di vivere relazioni senza confini entro i quali sentirsi al sicuro, senza regole coerenti e punti di riferimento, senza bellezza, senza verità.
Ho cercato di spiegare tutto questo ai miei interlocutori, i quali hanno concluso che io fossi omofoba e incapace di adeguarmi ai tempi.
Allora lo scrivo, il mio pensiero, perchè forse a parlare di un argomento così complesso non sono più buona.